text_yesterdaynow - barbara nahmad

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UNO ZOO MESSO A NUDO

di Maurizio Sciaccaluga

Avendo abbandonato le immagini esplicite di scambisti per approdare a una figurazione allegorica (e paradossalmente mitologica) di personaggi-icona degli anni Sessanta, Barbara Nahmad ha lasciato tutti di stucco. La scelta di andar oltre l’indagine sulle posture della perversione per spostarsi sullo studio accurato dell’espressione e dell’anima, sempre nascoste dietro la maschera, ha addirittura sollevato dubbi e questioni in chi pur avendo trattato in passato dell’artista, non riesce a comprendere e motivare tale passaggio, in apparenza radicale e copernicano. In realtà, se si contesta l’indirizzo attuale della pittrice milanese, si dimostra di aver capito poco o nulla che sempre hanno motivato e spinto il suo lavoro. Non si tratta infatti, d’aver optato-dopo anni di narrazione spinta e oscena, durissima e coraggiosa- per un racconto storico più tranquillo e intimista, né di aver ammorbidito i toni d’una sperimentazione pittorica perennemente al limite della sopportazione. La Nahmad, forte oggi di una tecnica che le permette di alleggerire le pennellate, che le consente di scavare nelle figure senza dover necessariamente aggiungere materia e accumulare segni sulla tela, ha semplicemente cambiato tattica, lasciando comunque immutato l’oggetto della sua trattazione. Se prima affondava i colpi, ora li suggerisce, se prima faceva urlare i temi della pittura ora gioca con le citazioni e le suggestioni, se prima intendeva addirittura spiacere allo spettatore ora preferisce ingannarlo, ma la crudeltà e l’aggressività dei quadri non sono cambiate per niente. L’artista, che ha sempre indagato la pornografica e violenta evidenza dell’immagine, continua a mettere a nudo i protagonisti delle sue tele, continua a svelare a chiunque voglia vederli i segreti inconfessabili delle loro vite. Solo che, adesso, non li spoglia più, non ne mostra in primo piano gli organi genitali, non li sorprende in atteggiamenti e posizioni ambigue, imbarazzanti o involontariamente patetiche. Si tratta ancora di una messa in scena porno -poiché pornografia non è il sesso esplicito ma l’immagine esplicita, mostrata senza filtro e velature, rinunciando a giocare d’allusione e suggerimento- ma la macchina da presa della pittura della Nahmad ha decisamente spostato l’obbiettivo dal basso ventre verso gli occhi, dalla carne verso l’espressione. E che non sia cambiato nulla di fondamentale in una ricerca soppesata e studiata dall’autrice fino all’inverosimile, sviscerata con attenzione prima di fare qualunque possibile mossa, lo suggerisce senza possibilità di smentita l’uso ancora attuale del fondo monocromo, dello smalto trasformato in quinta rigida e dura. Uno smalto che costringe le figure in primissimo piano, che le getta in pasto agli spettatori, che non concede loro- mai –l’attenuante generica della situazione. Non esiste ora e non esisteva prima nelle opere un mondo che giustifichi un comportamento e i pensieri dei personaggi, non si vedono quasi mai elementi che possano distrarre l’attenzione dello spettatore da quei corpi o da quelle menti. Che si tratti di fiere o di prede, di belve ferite o di cuccioli innocenti, le figure dipinte da Barbara Nahmad sono sempre e solo animali ingabbia, senza ambiente naturale che ne motivi e spieghi la livrea o l’istinto, le caratteristiche fisiche o il comportamento. Le pareti di smalto (se ne vede sempre una sola sul fondo ma in realtà sono ben quattro, una per lato) non sono altro che sbarre, dentro cui, in mezzo nel vuoto d’ogni possibile riferimento, c’è un individuo solo e perduto.

Perfino nel brevissimo ciclo d’intermezzo (tra gli scambisti e le figure anni Sessanta) dedicato ai bagnanti, costruito su piccole tele in ognuna delle quali è raccolta una scena da spiaggia, mancano del tutto gli oggetti e il mare diventa un muro azzurro e invalicabile di cemento, uno stagno da zoo piuttosto che l’oceano, una barriera invece che uno sguardo sull’infinito. Se c’è una differenza tra le serie precedenti e quella attuale è l’importanza e la fama dei personaggi ritratti - prima perfetti sconosciuti e ora miti di qualche decennio fa – ma la sostanza del rapporto autore-soggetto non è mutata. Schiacciate dagli smalti contro un vetro invisibile che li divide dallo spettatore e dal mondo reale, privato dello spazio vitale in cui muoversi e, magari, nascondersi, i protagonisti della storia, dell’arte, della cultura e degli show del mondo sono piazzati di fronte a chi voglia osservarli, impossibilitati a indossare il costume e il trucco tipici delle occasioni pubbliche. Non sono nudi ma sono comunque a nudo, non sono colti in atteggiamenti di cui forse potrebbero vergognarsi ma sono comunque inermi. L’artista, con una pittura leggerissima, monocroma, tirata talmente da suggerire l’impalpabilità di figure ormai inghiottite dal tempo opta per i divi ma rinuncia al divismo, ritrae ogni figura in un attimo di incertezza, di smarrimento, o mentre rivela con gli occhi e col sorriso qualcosa che la sua storia personale forse avrebbe voluto fuggire o negare. Nel viso abbassato e raccolto di Ernesto “ Che “ Guevara ci sono la delusione per la politica cubana e la prossima disfatta boliviana, nello sguardo perso e vuoto di JFK c’è lo spettro della condanna a morte già firmata dalla lobby texana del successore Lindon Johnson, nella rinuncia di Martin Luther King a una ripresa frontale c’è la consapevolezza di una sconfitta, di una parità mai davvero conquistata. Forzature? Forse, ma è innegabile che non si tratti, mai , di vincitori. Non c’è il Che di Santa Clara, manca il Kennedy trionfatore delle presidenziali, latita la figura capace di bucare il video di I have a dream.

Gettati in pasto agli spettatori si vedono una Loren  volgare e popolana nel suo sorriso sguaiato, una Monroe perennemente sola, un Gagarin che continua a domandarsi chi glielo abbia fatto fare mentre pare assalito da una gigantesca paura che lo divora dall’interno. Mao non è il padre di una grande patria, ma un uomo che agisce  senza aver davvero compreso il problema che sta andando ad affrontare. Con questa serie di lavori dedicati alla storia della seconda metà del Novecento la Nahmad si inserisce in un filone che ha già avuto grandi interpreti nella pittura italiana, ma il suo intento è profondamente diverso da quello di chiunque altro. La sua è un’agiografia al contrario, una rappresentazione che mira ad evidenziare le incertezze invece che le imprese, le titubanze piuttosto che le sicurezze granitiche. E’ una figurazione che non mostra il fascino erotico del personaggio o l’ambiguità accattivante della situazione; opta per il disvelamento totale e pornografico della figura, per la sua messa in scena senza rete e senza protezione. Coerentemente con quanto fatto fino ad oggi, appunto.

 


YESTERDAY NOW

di Marina Pizziolo


Ci sono date capaci di ergersi nel tempo come bastioni di una fortezza imprendibile. Tanto da gettare sulla sequela dei giorni, passati e a venire, due lunghe ombre entro le quali tutto quello che è stato o che sarà diventa un prima o un dopo. Gli anni sessanta sono uno di questi bastioni. L'uomo per la prima volta nello spazio. Gli studenti sulle barricate, a combattere una lotta iniziata per amore e finita nel sangue. Pop star in lotta per la pace. Un ragazzo con il basco ucciso per un ideale troppo grande. Marilyn che decide di non invecchiare mai, raggelando la sua bellezza nella solitudine disperata di una stanza. L'assassinio di un presidente, in diretta, con quei brandelli esplosi, tragiche farfalle che Jacqueline cerca inutilmente di prendere al volo. Mentre si consuma negli scatoloni enormi delle televisioni, che in quegli anni stanno entrando in tutte le case, l'epopea del Vietnam. La prima guerra-spettacolo, dove il sangue è ancora di un tranquillo grigio.
Yesterday now, ieri ora. Un viaggio nel tempo, lontano però dal registro di una sterile nostalgia. Perché le immagini di Barbara Nahmad appartengono a un passato, ma prossimo. I volti dei protagonisti della storia sociale, culturale, politica dei favolosi anni sessanta sono proposti in un'epica galleria di ritratti. Da Marilyn Monroe a John F. Kennedy, da Che Guevara a Martin Luther King, da Mick Jagger a John Lennon: star, eroi o martiri, tutte icone di un tempo che ha saputo infrangere barriere erette da sempre come argini invalicabili del pensiero e del modo di vivere di tutti noi.
Come fare il ritratto di un'epoca? Barbara Nahmad non dipinge gli eventi. Se il voyeurismo televisivo ci ha ormai abituati a seguire in diretta il farsi della storia, anche di quella minuta, dal crollo delle Twin Towers alla riappacificazione tra amanti qualsiasi, il senso di questi grandi ritratti è quello di riportare l'uomo a epicentro del tempo. L'operazione di Nahmad è un sapiente cambio di visuale: dall'evento agli occhi di chi di quell'evento è stato potente testimone. Ecco allora gli occhi di Gagarin sgranati nel buio della notte infinita che a lui, primo tra gli uomini, era dato di attraversare. Ecco lo sguardo celato di Pier Paolo Pasolini, chiuso nel suo tormento interiore. Ecco la tranquillità olimpica di Mao, sicuro del suo miraggio politico. O la Satisfaction di Mick Jagger, all'inizio di un viaggio che è stato quello di intere generazioni di giovani.
Nei dipinti di Barbara Nahmad i corpi sono negati. Il viso è la cifra dell'identità. E una lente impietosa ingrandisce a dismisura labbra occhi nasi alla ricerca del segreto di quell'identità. Che si propone ammiccante o sorpresa, spaventata o arrogante, sempre nella solitudine di uno spazio cancellato dal colore. Il grande formato rende questi volti quasi gli ideali frammenti di giganteschi manifesti, strappati da una mano irriverente per comporre un mosaico che è quello di un'epoca che è stata il lievito mentale della nostra.
"Perché realizzare un'opera quando è così bello sognarla soltanto?", si domandava Pasolini. Aveva ragione. Fortunatamente però c'è chi le opere le realizza proprio per aiutarci a non dimenticare i sogni. Come quelli di un'epoca che, tra mille errori, ebbe il coraggio di sognare l'immaginazione al potere, scoprì l'amore libero e inventò uomini e donne che sono ancora oggi i simboli di un mito possibile.

 
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